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Sentieri (interrotti) nel bosco. Sesto messaggio in bottiglia per iniziare l’anno scolastico

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La prima cosa che ci tengo a dire è che sono ancora qui. Qualcuno, l’anno scorso, si era molto preoccupato per me: mi aveva dipinto come un naufrago che lanciava allarmanti Sos da un isolotto sperduto, in preda a una disperazione che sinceramente non mi appartiene. A questo qualcuno non avevo risposto nulla. Il silenzio in certi casi è la sola risposta.

Ma oggi sono ancora qui. Non sono naufragato (non lo ero neppure prima, del resto) e mi piace ancora, a inizio anno scolastico, lanciare messaggi in bottiglia, diciamo semplicemente perché ci ho preso gusto (repetita iuvant dicevano i latini), e forse anche perché ho avuto la fortuna che qualcuno rispondesse, mi facesse sapere gentilmente il suo parere, o anche altrettanto semplicemente mi restituisse l’energia per continuare a fare quello che faccio e, se possibile, farlo sempre meglio.

Quest’anno voglio cominciare da un piccolo fatto che mi è successo la prima domenica di settembre, che poi era anche il primo giorno del mese, quello che tutti ormai associano all’inizio della scuola. Eravamo in un piccolo e meraviglioso paese della Val Tiberina, Anghiari, dove ero stato a un festival a presentare un mio libro. Paolo e Francesca (non quelli della Divina Commedia) ci erano venuti a trovare con i loro figli Elia Celeste e Matilde. Così dopo qualche anno c’eravamo rivisti e avevamo pranzato insieme dalla Nena, un’osteria in centro al paese, quasi alla fine di quella salita lunga e ripida che da quelle parti chiamano La Dritta. Mentre aspettavamo guardavo Ester, Elia e Matilde che giocavano come se si fossero salutati appena il giorno prima e pensavo che con certe persone, quando si sta bene e si condivide anche da lontano un certo modo di stare al mondo, il tempo sembra quasi che sia vissuto in una specie di eterno presente. Ma ugualmente a un certo punto il filo di Crono ritorna ad allacciarci e così noi grandi si parlava del tempo passato e di quello che in quel frattempo avevamo fatto e stavamo ancora facendo. Quando avevo finito di dire le mie cose, Francesca mi ha guardato con il suo ironico sorriso e gesticolando appena mi ha detto: “ma tu sei proprio un matto inguastito!” Sono rimasto un attimo in silenzio dentro quella frase e la prima cosa che le ho chiesto è stato cosa vuol dire inguastito e lei insieme a Paolo mi ha spiegato che “si dice di una cosa talmente ingarbugliata che non si può più tornare indietro e riprenderne il filo”.

Così nella mia testa, anche i giorni dopo, è rimbalzata questa nuova parola e forse anche perché sto diventando vecchio e sordo, mi sono autoassolto creando impercettibilmente una licenza poetica e ho trasformato il “matto inguastito” in un “mazzo inguastito”.

Quante volte nella vita, da studenti, da insegnanti, ma anche semplicemente da cittadini, ci troviamo di fronte a un mazzo inguastito, quante volte ci capita anche di pensare che sia così la nostra vita: un gomitolo che ogni giorno si arrotola o meglio si ingarbuglia fino a quando pensiamo di non poter tornare più indietro, che l’unica cosa da fare è cercare di rotolare ancora un po’, come succede a quel misterioso oggetto che Kafka, nel suo racconto Il cruccio del padre di famiglia, chiama Odradek, questa parola anch’essa inguastita, intraducibile, che rischia di rendere anche la nostra stessa vita intraducibile.

Specie quando arriva settembre, e dopo le vacanze estive tutto ricomincia, tutto insieme, come un grande gomitolo impenetrabile che ci si para davanti e da cui non sappiamo estrarre il filo che ci conduca avanti, in quel luogo aperto che nella scuola si chiama educazione.

Ma per fortuna non è così. Esiste un posto, si chiama appunto Scuola, dove ogni giorno si può credere, se lo si vuole davvero, che ogni parola sia traducibile, ogni mazzo (ma forse anche ogni matto) possa essere sgarbugliato, che ogni volta, da ogni errore (o nodo o groppo, come lo chiamava Carlo Emilio Gadda che di queste e altre cose se ne intendeva), si possa tornare indietro, o addirittura ripartire, per immaginare e prendere una nuova strada che non avevamo considerato (e in questo tante volte si viene davvero creduti un po’ matti), come succede anche nel capolavoro di Tolkien Il signore degli anelli, quando il Mago Gandalf, a un disperato Frodo sussurra piano: “ricorda Frodo che non sempre chi va errando è perduto.”

Mi piace infatti immaginare che ogni anno scolastico possa diventare un sentiero. Un sentiero nel bosco, ancora meglio nella foresta impenetrabile che a volte noi stessi siamo, e succede anche da piccoli. Allora ci avventuriamo con qualcuno nel bosco, qualcuno che ci prende per mano e non è migliore di noi perché semplicemente ci prende per mano, o perché è più vecchio o ha visto più cose nel mondo. Ci prende per mano perché ha voglia di camminare con noi, perché in quel gesto è contenuta la promessa di un cammino e di impegno da dividere insieme (una letterale comunione direbbe qualcuno), ma perché anche lui o lei ha il suo bel mazzo inguastito da sfogliare, perché ogni passo fatto insieme è un modo di tradurre e tradursi al di fuori di sé, e nel legame (o nel nodo) che si crea, donare al mondo di fuori una piccola parte del proprio mondo, di quello che siamo e di quello che amiamo.

Camminare nel bosco è sempre salutare: ci sono le radici che dal profondo della terra scandiscono un ritmo e fanno eco ai nostri passi, ci sono le foglie che aiutano a respirare, che sono esse stesse un respiro e un soffio vitale: sulle foglie non a caso la Sibilla a Cuma scriveva i suoi oracoli, e questi, che contenevano il destino degli uomini, viaggiavano nel vento fino a quando qualcuno li prendeva in mano (o forse li prendeva per mano) afferrando così il filo del suo destino, forse anche del senso della propria vita. Camminare e vivere la Scuola come un Cammino mi pare sia proprio questo: donare un senso, una direzione possibile, un orientamento a chi prendiamo per mano. E sperare che anche chi accompagniamo possa fare lo stesso con noi, perché senza reciprocità, senza dialogo non esiste scuola e forse non esiste neppure un cammino (nella tradizione del pensiero ebraico ad esempio ogni camminatore cammina sempre con qualcuno, e quando crede di essere solo c’è sempre Elohim al suo fianco).

Ma nel bosco a volte scopriamo anche sentieri che si interrompono.  Spesso non è prevedibile, il luogo dove veniamo a trovarci non corrisponde a nessuna mappa e quella fine è lì davanti a noi, in modo inatteso. Ci si presenta allora davanti il fitto del bosco, l’oscurità che pare cancellare ogni traccia, ogni filo, ogni esercizio possibile di traduzione, di narrazione. A questo punto possiamo fare solo due cose (o forse tre): possiamo affrontare il buio davanti a noi, possiamo tornare indietro. O possiamo aspettare, e sostare sul sentiero in attesa di una luce, o di qualcun altro a cui chiedere consiglio. Non credo ci sia una scelta migliore delle altre: c’è un problema è vero, ma abbiamo almeno tre soluzioni. Non sappiamo dove ci porta ciascuna e camminare è anche assumersi il rischio di un passo aldilà, nella ferma convinzione che come alla notte succede il giorno, così ogni “ombra è una ferita di sole” (per dirla un po’ come in un verso splendido di quel grande poeta che era Melchiorre Pietranera), a ogni oscurità corrisponde una luce lontana, a ogni sentiero interrotto nel bosco la sua radura, che in tedesco si dice poi Lichtung ed è infatti quel luogo (anch’esso spesso inatteso) dove nel fitto del bosco improvvisamente entra la luce, il posto dove il cuore della Terra risuona nella melodia del Cielo.

Mi piace pensare che un posto così sia anche la scuola, anzi che lo diventi alla fine (sempre provvisoria) del viaggio, alla fine di un anno di sentieri nel bosco e mazzi (o matti) inguastiti: il Cuore di una terra che suona la Melodia sconfinata del cielo.

(Emanuele Ferrari  – Assessore alla Scuola Comune di Castelnovo Monti, e “matto inguastito”)