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Il messaggio agli studenti dell’Assessore Emanuele Ferrari all’avvio dell’Anno scolastico

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Accendere le stelle (nella Repubblica dell’Immaginazione)

Quinto messaggio in bottiglia.

Mentre inizio a scrivere mi viene in mente che questo potrebbe essere l’ultimo messaggio in bottiglia. Sono passati cinque anni e uno potrebbe avere la tentazione di fare bilanci, capire dove è arrivato o dove sono arrivate le sue parole.

Potrei avere tutte queste tentazioni, ma preferisco di no, come direbbe un certo Bartleby, scrivano.

I messaggi in bottiglia rifiutano l’idea stessa del bilancio, stanno è vero costantemente in equilibrio sulla superficie dell’acqua, si barcamenano: sono cose portate dall’acqua, o meglio semplicemente da qualcosa che tende a sfuggire dalle mani, sempre disposta a cambiare di luogo, a non trovarsi mai dove è. Aspettano anche, i messaggi in bottiglia, che qualcuno arrivi e li raccolga, ma possono anche rimanere imprigionati, imbottigliati, sempre alla deriva, fino a quando l’oceano o qualche pesce non se li mangia e li cancella, ancora prima che siano letti, che trovino un approdo, se pure provvisorio.

Allora continuo questa navigazione (questa divagazione), come se un approdo non ci fosse, come se una fine non ci fosse, come se il mio non fosse altro, questo di certo, che un tentativo di mettere insieme i Frammenti di un discorso amoroso, direbbe ancora un certo Roland, altro scrivano.

In questi anni mi sono spesso interrogato su cosa significhi o possa significare essere un insegnante e insieme provare a fare l’amministratore, nel caso specifico l’assessore alla scuola (e anche alla cultura, perché no). Le risposte potrebbero essere molte, non tutte positive o consistenti, ma c’è un filo sottile, io credo, che tiene insieme queste due dimensioni, l’insegnare e l’amministrare, un filo, provo a dirlo meglio, che passa dall’una all’altra, quasi rivelando della seconda in particolare, un regno nascosto, un modo di essere inatteso.

Mi riferisco all’uso, forse meglio dire, all’Esercizio della Parola.

Un insegnante ogni giorno entra in classe e parla. Attraverso le sue parole cerca di catturare l’attenzione degli studenti, di accendere in loro un fuoco, di trasmettere una complessità di cose (spesso anche queste, fatte di parole), che indichiamo pericolosamente con una sola parola: Sapere.

Per un insegnante che sia davvero tale è impossibile evitare questo cerchio perfetto: la Parola del Sapere e il Sapere della Parola.

Un amministratore invece, su questo credo quasi tutti siano d’accordo, è concentrato sulla dimensione del Fare. Ogni sua giornata è scandita da questo mantra: “cosa ho fatto, cosa non ho fatto (molto più spesso), cosa avrei potuto fare meglio”. Ma a ben vedere, soprattutto se vogliamo essere davvero onesti, anche in questo fare si apre il dominio della Parola: se non altro perché, e questo ve lo posso garantire per diretta esperienza, la giornata tipo di un amministratore è fatta soprattutto di Ascolto della Parola degli Altri, di decisioni che devono quasi sempre essere comunicate in Parole, in altri termini di un Fare cose che è Potere sulle cose, che prende forma concreta, letteralmente forma efficiente, nel momento in cui si trovano le Parole (buone e giuste si spera) per dirlo, e in questo dire renderlo efficace. Detto in Altre parole: per trasformare il Potere stesso, dall’Arbitrio che è, nel Dialogo che può e deve diventare e che fa la differenza, soprattutto in questo tempo che ci è toccato vivere, tra il senso profondo del partecipare (essere parte di una cosa molto più grande di te, leggi ad esempio la Comunità) e il credere di poter decidere per gli altri (per tutti gli altri), soltanto in base a quello che il Potere stesso ti autorizza a Fare, semplicemente perché è così e in questo preciso momento è tuo.

Ma non si può possedere il Potere.

Allo stesso modo che non si può possedere il Sapere.

Al massimo se ne può essere posseduti. Con la differenza sostanziale che perdersi nel Potere o perdersi nel Sapere sono destini piuttosto distanti.

Ecco allora mi viene da tentare una terza via, quella che prova a tessere un filo tra Insegnante e Amministratore, tra Esercizio del Potere e quello del Sapere, con al centro la presenza della Parola, in quel luogo possibile che oggi voglio chiamare la Repubblica dell’Immaginazione (ci hanno pure scritto un libro con questo titolo, e un libro bellissimo).

Per prima cosa è necessario guardarsi in faccia e riconoscersi. Nel comune desiderio di coltivare l’umanità. Nell’idea che ogni parola che si dice deve poter avere lo stesso peso specifico di ogni parola che si ascolta: perché il troppo dire impedisce di ascoltare e un ascolto senza limiti è destinato all’oblio, alla dimenticanza o peggio alla trascuratezza, rispetto a quanto l’altro mi ha detto, ha voluto scambiare con me.

La seconda cosa è una semplice constatazione. Nonostante non abbia una grande fantasia, devo ammettere che mi piace moltissimo immaginare. Non essere spettatore passivo di tutto quello che passa sotto gli occhi.

Mi piace tornare a essere un creatore e, a partire dal contatto col Reale (con i fatti del reale), costruire un Immaginario per il Mondo che verrà: questo è un Insegnante, questo cerca di fare un Amministratore.

Provando anche a ribaltare qualche accentuata abitudine, che potrei anche definire di ruolo: e scoprire così che gli insegnanti possono essere anche degli ottimi ascoltatori. E gli amministratori per converso riescano a pensare davvero a quello che dicono, ancora prima di dire semplicemente quello che pensano, perché il cuore del loro dire non può essere la frettolosa convenienza del momento, ma la convinzione ferma che nasce dall’aver a lungo pensato, da un dialogo incessante con una certa forma di Sapere.

Non tanto Amministratori con la risposta pronta, quanto Amministratori pronti a rispondere, perché preparati, perché sanno, e quindi fanno quello che hanno imparato.

So che quello che scrivo può suonare difficile (cerco di scriverlo proprio per renderlo più semplice, anche a questo serve l’Esercizio della Parola), ma spero risulterà più chiaro con un esempio, tratto dal mondo del Sapere o meglio della Letteratura classica e scritto da uno dei più grandi politici/amministratori della Storia, un maestro del Fare (non propriamente un democratico, ma nessuno è perfetto, si dice, e la Storia su di lui ha già depositato molte sentenze, e più di una condanna).

Nel De bello gallico a un certo punto Cesare si ferma a raccontare di alcuni suoi soldati che si riposano nell’accampamento, dopo una lunghissima giornata di aspra e infruttuosa battaglia contro l’esercito di Vercingetorige.

È notte e questi soldati, nonostante la stanchezza non dormono, sono sdraiati sulla terra, ma il loro sguardo è fisso al cielo, gli occhi che scrutano il buio per vedere se da quel buio qualcosa può arrivare. Cesare li chiama con questa parola: Desiderantes, coloro che desiderano, che ponendo gli occhi al cielo (alle stelle, sidera appunto) aspettano che una luce si accenda lontano.

Ma cosa stanno aspettando i Desiderantes? Come al solito Cesare ce lo dice con mirabile rapidità: stanno aspettando i loro compagni, gli Altri che forse sono sopravvissuti alla battaglia, che forse stanno ritornando dalla notte.

I soldati di Cesare non dicono una Parola. Ascoltano il silenzio della notte e tengono gli occhi aperti, nonostante la stanchezza, nonostante la fatica della battaglia. I soldati di Cesare sperano di ritrovare i loro compagni nel buio più profondo. Tutto il giorno hanno combattuto (che in latino suona come facere proelium) e ora la sola cosa che resta da Fare è stare fermi e riposare, provare, in quella immobilità, in quell’attesa, a rimettere le cose al loro posto, dove il posto più importante è qui occupato da chi non c’è, dagli assenti all’appello, dagli ultimi che devono arrivare, da coloro che forse possono ancora ritornare. Ritrovarsi.

Oggi mi dico che forse anche noi possiamo tornare a essere Desiderantes.

Possiamo tornare a fare questo gesto semplice e radicale (nel senso che va nel profondo delle cose, nel Sapere profondo delle cose).

Il gesto di un’attesa che è insieme Essere, Sapere e Fare.

Infatti.

Nella Repubblica dell’Immaginazione ci sono insegnanti che si mettono in ascolto dei loro studenti e aspettano il loro ritorno, per rimettere in fila le cose e provare a rifare insieme il mondo, esplorandolo per quell’oceano sconfinato che è il Sapere stesso del Mondo e insieme il Mondo del Sapere (ancora meglio se declinati al plurale).

Nella Repubblica dell’Immaginazione anche gli Amministratori aspettano il ritorno dei cittadini, hanno fede in questo ritorno, per intrecciare con loro un dialogo e unirsi in una battaglia comune che serva a costruire insieme la Città del Domani (o se volete il Domani delle Città), dove ciascuno è parte essenziale e insostituibile, soprattutto gli ultimi, gli sconfitti, i diseredati, quelli che hanno perso la strada e faticano a ritrovarla. Quelli che sono finiti nel buio di una notte, che attraversano il mare e cercano stelle per orientarsi. Proprio quelli.

È questo alla fine il mio augurio.

Accendere le stelle. Insieme. Per ogni giorno di scuola.

E anche oltre.

Perché ogni giorno sia una scuola.

Questo il mio desiderio in bottiglia.

Forse il mio ultimo messaggio. Chissà:

Emanuele Ferrari, Insegnante e Assessore alla Scuola