NEWS

La commemorazione ufficiale degli eventi di Gatta a cura di Fabrizio Frignani

Categories: News istituzionali

Riportiamo l’intervento di domenica a Gatta tenuto da Fabrizio Frignani, geografo-public hisotrian e docente all’Istituto superiore Nelson Mandela di Castelnovo.

L’eccidio alla Gatta 8 gennaio1945
perché la nostra storia va studiata e raccontata…

Premetto che questa non sarà una lezione, ma semplicemente  un  momento  di confronto ed approfondimento durante il quale cercherò di portarvi a guardare la storia da un altro punto di osservazione, con qualche spunto  di curiosità, partendo  dai fatti avvenuti in questo luogo dove ci oggi troviamo per ricordare, inserendolo in una contestualizzazione ambientale più ampia, in quanto la storia di questo evento non è solo la storia di un passato è una storia che parla anche a noi, e noi abbiamo bisogno di conoscerla perché come scriveva lo storico e fondatore della scuola degli Annales March Bloch: (fucilato dai nazisti nei pressi di Saint-Didier-de-Formans nel 1944)“la volontà di conoscere il presente guardando indietro, va e viene dal presente al passato per tornare al presente”……. La storia non è nulla di separato dalla vita, nulla di staccato dal presente.

Comincio questo mio intervento  con il ricordare i nomi dei partigiani caduti, che attraverso le loro storie o storie a loro collegate, ci permettono leggendo in modo più attento la storia, di capire meglio quanto sta succedendo nel tempo presente.

  1. Madini Vasco (Fulmine) 19 anni (18 aprile1925) di Madini Fulmine e Montipò Ida Carpineti
  2. Stranieri Sergio (Randa) 21 anni (11 novembre 1923) di Stranieri Fiorigi e Dirce

Fontanesi, veniva da Villa Ospizio villaggio Costanzo Ciano, operaio alle Reggiane aveva partecipato alle manifestazioni del luglio 1943

  1. Silvestri Ruggero Italo (Iena) 19 anni (17 agosto 1926) Silvestri Maria, Capannori Lucca
  2. Bagni Aldo (Nerone) 20 anni (13 maggio 1924) Modena di Bagni Arturo e Maria Gambarelli, abitava a Villa San Maurizio aveva frequentato la scuola di formazione delle Reggiane, aveva partecipato alle manifestazioni del luglio 1943
  3. Masini Angelo (Tonino) 20 anni (02 novembre1924) di Masini Romeo ed Emma

Bertani Reggio Emilia villa Mancasale via Candelù, lavorava alle Reggiane.

  1. Roteglia Arturo (Elas) 25 anni (20 gennaio1920) di Roteglia Enrico e di Diomira Bondi, Reggio Emilia prima Villa Ospizio poi via Dalmazia, famiglia antifascista di tradizione.
  2. Sberveglieri Aristide (Talin) 22 anni (7 giugno1923) Sberveglieri Leonzio Biondi PaolinaSan Martino in Rio poi Quattro Castella
  3. Ganapini Armando (Lazzarino) 17 anni (10 maggio 1927) La Ca di Felina
  4. Manlio Bruno (Costantino il romano) (1909) veniva da Terni
  5. Ganapini Gino (Leone) 19 anni (24 aprile 1926) Ganapini Annita fucilato a Ciano d’Enza il 26/01 Monchio di Felina
  6. Pignedoli Carlo (Mitra) 23 anni (05 ottobre 1922) Pignedoli Achille e Olmi Diomira,

fucilato a Ciano d’Enza il 26/01 Busanella Carpineti

Tutte giovanissime vittime che appartenevano al Distaccamento “Pigoni” della 26° Brigata Garibaldi

Comincio parlando dell’informazione e-o della divulgazione della conoscenza e del

pericolo della sua semplificazione ed omologazione e del contemporaneo impoverimento dei contenuti culturali, quindi della sapienza dell’uomo, al quale questo nostro sistema “politico-economico” inserito in un mondo globale ci sta sornionamente conducendo. Un sistema di potere che lentamente sta lavorando per far si che le persone non siano più in grado di “affrontare” temi ed argomenti con pensieri critici propri, “costruiti” nel tempo sulla base di studi, letture, approfondimenti, ascolti, curiosità, sostituendo la conoscenza con un informazione,  approssimativa, superficiale, che per farla sembrare rilevante  viene  urlata nei media o nel web (dove tutti si possono nascondere dietro ad un falso profilo……..dobbiamo nasconderci per comunicare), apparentemente  democratica ma priva di ogni controllo (scientifico e di metodo). A questo punto  il cittadino comune  sceglie il percorso formativo più semplice che gli viene proposto,  non dovendosi più preoccupare di conoscere l’argomento, legge -ascolta -discute dell’opinione dell’opinionista di turno. In questo modo tutte le guerre diventano uguali, lontane, cose di altri e la miscellanea geografica delle popolazioni del mondo viene sostituita-semplificata utilizzando la parola “extracomunitari”, senza più distinzioni  delle etnie, della storia, della provenienza geografica, delle criticità della vita degli esseri umani sul pianeta e della presenza o dell’assenza nel paese dal quale le persone fuggono, dei diritti umani.

l passato è importante, ma ancora di più lo è il presente, gli uomini sono figli del loro tempo, vanno collocati nella loro epoca tenendo conto dell’ambiente e della mentalità in cui hanno vissuto (Marc Bloch)

Tutta questa semplificazione, ci porta a guardare  le cose sempre con gli occhi  nel presente, quindi si arriva a pensare che del passato non ci sia più niente da dire o da scrivere. Perché non ci poniamo più delle domande? Sulla storia della resistenza abbiamo già detto e scritto tutto? Troppo spesso in Italia dimostriamo di avere ancora paura della storia, di non averne fatto ancora bene i conti (dagli ultimi momenti della guerra  di liberazione dove regnava il caos, agli anni di piombo, alle stragi della destra eversiva), guerre interne in una giovane democrazia dove tutti diventano nemici di tutti, dove sorgono divisioni interne  (guidate sempre da qualcuno  a cui la democrazia va stretta)  e chiunque può elevarsi a proprietario e giudice della ragione. Anche nella scuola ci hanno sempre insegnato una storia generale, costruita intorno ad un personaggio ritenuto importante e peculiare per raccontare quello specifico evento.  Ma di questi  partigiani-persone  che hanno fatto e vissuto la storia che stiamo ricordando, conosciamo poco o niente. La storia degli eventi ha sempre oscurato la storia delle persone, nessuno  ci ha mai parlato  di loro, se non in occasioni come questa dove comunque non emerge mai il privato, le emozioni, i sentimenti, questa non è storia?

Giovani che allora avevano fatto scelte personali non motivate dalla storia, ma semplicemente dai loro valori. Con il loro sacrificio noi viviamo una storia da cittadini liberi che basa oggi i suoi principi su una tavola dei valori che si chiama Costituzione della quale pochi giorni fa abbiamo “ricordato” purtroppo senza tanta enfasi il settantesimo.

Le storie “dal basso” di questi ragazzi permettono di ri-costruire e ri-collegare questo fatto ad una storia più generale, molti di loro provenivano dalle Reggiane, prima e forse unica grande industria reggiana che allora  dava da lavorare  fino a 12.000 persone. Industria dello sviluppo industriale costruita dal fascismo, si è rivelata nel tempo una fucina di ribellione, gli operai i giovani che andavano a scuola e a lavorare hanno costituito una comunità interna che anche se inserita in un sistema politico che inneggiava a valori ieri solo in parte criticati (anche perché con quel lavoro si mangiava), oggi assolutamente non condivisibili, ha fatto si che le persone unite,  resesi consapevoli  che poteva  esserci una vita migliore abbiano cominciato a protestare per chiedere qualcosa di meglio, e qui il fascismo, così come tutti i “governi” autoritari, che si sono affacciati sul mondo e ripresentano purtroppo sempre con maggiore frequenza anche nel nostro presente “travestiti” da finte democrazie, ha rivelato l’altra faccia della medaglia:

L’antifascismo era di casa alle Reggiane, il fascismo aveva piantato i suoi uomini ma siccome gli antifascisti erano molto guardinghi e sospettosi, facevamo in modo di dare giudizi sulla situazione e sul fascismo con compagni fidati. Per quaranta giorni mi hanno tenuto in quarantena , vuol dire che avevano avuto il tempo per informarsi da dove venivo. Io posso dire solo questo, quando mi chiedono che classe ho fatto: “L’Università alle Reggiane è stata la mia scuola”. Durante uno sciopero generale avvenne una carneficina davanti ai cancelli, furono 9 gli operai caduti fra i quali una donna in stato interessante ed un ragazzo di 15 anni. Ci accorgemmo che non c’era più niente da fare non potevamo combattere con le mani contro le armi….io ho avuto modo di vedere il mio capo reparto Brenno Pagani che è venuto anche lui nella Resistenza, aveva preso in spalla questo ragazzo di 15 anni morto e gridava Assassini Assassini, camminando verso l’ingresso dove cerano i militari .

L’antifascismo alle Reggiane era di casa, ma un antifascismo radicato tant’è vero che molti operai delle reggiane hanno fatto la resistenza anziani e giovani.

testimonianza di Sulpizio Mario (Guerra) comandante di Battaglione nella 143° Brigata

Garibaldi

Da poco tempo mi sto occupando di resistenza ed onestamente lo sto facendo in modo abbastanza distaccato, non voglio affacciarmi su questo periodo storico con lo stesso approccio utilizzato fino ad oggi, perché da public historian e geografo, ho la necessità di andare a cercare oltre di guardare dove la “storia ufficiale”  non ha mai guardato o forse non ha voluto guardare. Allora la ricerca delle fonti si sposta verso altri tipi di documentazione che non sono i dispacci ufficiali, i resoconti o peggio le storie riscritte, ma verso quelle memorie personali narrate della gente, che in un primo momento nessuno ha mai avuto il coraggio di raccontare, spero solo per naturale timidezza, perché queste memorie spesso sono quelle dei giovani di allora, che oggi ci tramandano dei ricordi.

Cercando le fonti a volte incontri persone particolari che per la loro semplicità ti permettono di connettere il tempo nel tempo e ti fanno comprendere meglio, semplicemente cambiando il punto di osservazione, che ci può essere un altro punto di vista, quello che in geografia identifichiamo come semplicemente il salire su un albero e riguardare le stesse cose che guardavo da terra….cambia tutto. Questo nuovo punto di

vista ci permette di dare un altro ordine alle idee, letteralmente tutto si agita e rimescola e soprattutto si capisce che oggi sempre più spesso ci lamentiamo del niente.

……intanto vidi due militari entrare uno con una grossa mitraglia a treppiedi e l’altro con un fucile mitragliatore, li piazzarono accanto al muro del cimitero della parte sinistra, altri entrarono tenendo in mano delle bombe, li ebbe inizio la carneficina, urla strazianti, pianti, la mitraglia che sparava di continuo, le bome che scoppiavano, il fumo che ci soffocava, pezzi da carne, braccia, mani, teste che saltavano in aria, mamma, gridai dov’è la Gianna, dove siete, nessuna risposta, tenevo in braccio la mia sorellina Irene, non gridava più era morta, ora mi alzo vado a picchiarli poi ancora fra me se mi alzo vengo uccisa, quella mitraglia non cessa mai, le grida cominciano ad affievolirsi, cominciai a sentire quell’odore di sangue, guardai Vittoria agonizzante stava esalando gli ultimi respiri, attorno teste mozze, resti umani, la mia sorellina venne colpita in faccia , le mancava mezzo braccio, il viso distrutto, provo troppo dolore.

A quel punto credo di essere svenuta, quando sono rinvenuta dicevo tra me e me io sono viva o morta, se vengono a seppellirci penso, vengo sepolta viva, mi toccavo da ogni parte non facevo che togliermi di dosso resti umani intrisi di sangue, pensavo fossero i miei, ma io sono ferita, no non sono morta, grosse lacrime mi rigavano il viso, intanto il silenzio si fece sempre più cupo , quell’odore di morte nauseante , quel mucchio di carne, quei corpi straziati uno sull’altro, la mitragliatrice smise di sparare.

Testimonianza di Lucia Sabbioni in corso di pubblicazione. (Lucia Sabbioni superstite della strage di Monte Sole).

Ho avuto la fortuna di incontrare e lavorare con Lucia, spero presto di presentare presto questo suo diario. A Monte Sole ci sono  stato prima da solo poi con lei, per capire non i fatti storici che lei aveva descritto nel diario, ma i suoi sentimenti, la sua  forza  nel raccontare quella tragedia umana e per collegare la storia al luogo. Qui morirono 147 persone principalmente civili, donne e bambini, qui lei perse gran parte della  sua famiglia, la madre e 4 fratelli. Il Luogo, geograficamente è un  qualcosa di estremamente complesso, che assume identità e valori solo nel  momento  in cui  lo si conosce, lo si vive, si entra in esso con curiosità, ma anche tanta umiltà, ho provato emozioni diverse camminando sul pavimento della chiesa ed il prato del cimitero di Casalia dove è avvenuta questa mattanza, rispetto il mausoleo di Marzabotto, il monumento alla memoria.

Sensazioni diverse. Lucia Sabbioni nella sua vita è andata oltre nel 1984 concede pubblicamente perdono a Walter Reder….

Questa stupenda figura mi permette di arrivare alle conclusioni  di questo  intervento. Riprendo una  frase di Marc  Bloch: la storia non ha nessun credo e si da solo alla ricerca…, aggiungo io, non certo della verità assoluta, ma può aiutare a capire sempre con maggior definizione e certezza i fatti, e soprattutto  aiuta così come tutto  il sapere in generale a costruire e formare coscienze.

Perché in Italia non abbiamo un museo del fascismo e perché no in un luogo simbolico? Abbiamo ancora paura di raccontare un ventennio della nostra storia di italiani? Che senso ha parlare-ricordare di queste stragi una  volta  all’anno  per le  ricorrenze  se a questo ricordo non gli si da una continuità? Rimuovere le statue (simbolismi-segni come fanno in questi giorni negli Strati Uniti con Cristoforo Colombo) così come dimenticare, diventa una

scorciatoia per non studiare la storia, questo porta alla diffusione di una non conoscenza generale, dove bisogna sempre parlare tenendo un “cosi-detto” comportamento “politicamente corretto”. Una democrazia vera non si può  permettere di nascondere sotto la cenere la storia anche se non piacevole, per ripulire il nostro paesaggio o la nostra letteratura dei resti di un passato pieno di orrori ed errori, non può avere paura della sua storia, ma dalla stessa deve prendere nuova forza. I tedeschi allora nemici oggi nostri concittadini europei cosa avrebbero dovuto fare della loro storia enormemente ingombrante? Avrebbero dovuto distruggere quel che restava dei campi di concentramento nazisti? No hanno deciso che era meglio conservarli, trasformarli in musei, farne un occasione per riflettere sul passato e apprendere le lezioni della storia. Addirittura sono andati oltre con l’inaugurazione qualche anno fa a Berlino del museo consacrato ai crimini nazisti, l’hanno chiamato “Topografia del Terrore”. ( topos-luogo ma anche graphein-scrivere) Il  museo si trova  proprio accanto al memoriale dedicato agli ebrei europei assassinati, ed è stato realizzato proprio dove la Gestapo, la polizia segreta nazista e le SS avevano stabilito il loro quartier generale, al n° 8 e 9 della Prinz Albrecht Strasse.

Il direttore del museo ha detto: Vogliamo che la storia sia visibile. Il museo Topografia del terrore non è un memoriale, ma un luogo dove imparare, un luogo associato ai colpevoli .

Cosa ce ne facciamo oggi di questa eredità, di questi valori, che questi giovani con il loro sacrificio ci hanno consegnato. Abbiamo costruito un’Europa  unita,  non  ancora  ben definita come entità politica, perché probabilmente ancora “adolescente” ma che ha permesso ai cittadini europei di oggi di vivere con dei valori di libertà, di unità, di condivisione, di passione per cui altri giovani poco più che adolescenti hanno combattuto. Una geografia che in pochi anni  ha cambiato spesso fisionomia e modi di essere vissuta; da una parte disorientando quelli che nei confini geografici e politici vi avevano comunque trovato una stabilità una sicurezza al proprio equilibrio vitale, indossando oggi sempre più spesso la maschera dei populisti. Dall’altra una nuova generazione di cittadini europei, che non conosce l’Europa dei muri, delle guerre, che non ha mai sentito parlare di confini e dogane, ma di libero scambio, di Erasmus che gli permette di andare a studiare nelle diverse Università europee e conoscere amici europei con identità culturali diverse.

I giovani di oggi hanno sotto gli occhi una mappa dell’Europa completamente diversa da quella che avevano i giovani durante la resistenza, Questa nuova geografia è stata una conquista che non ci possiamo più permettere di mettere in discussione, oggi parliamo di una comunità europea, è cambiata solo la scala rispetto le dimensioni della comunità per la quale i nostri caduti hanno dato la vita.

Oggi le nuove sfide sono i rapporti con l’altro, una comunità cresce e si sviluppa nel momento in cui si confronta  con l’altro,  e la storia quella  vera,  non l’opinione, viene portata a conoscenza di tutti. Per favore l’altro non chiamiamolo più extracomunitario, ma più semplicemente un rappresentante di un’altra cultura, logicamente nel rispetto della nostra democrazia e delle regole in essa contenute.

La Gatta 14 01 2018

Fabrizio Frignani geografo-public hisotrian

Bibliografia:

“noi e le Reggiane”

di Simone Brega- Renato Ferraboschi- Mario Sulpizio

“l’eccidio di Gatta”

di Antonio Zambonelli

“la vita e bella a saperla prendere” autobiografia di Norina Prandi di Deanna Montruccoli

“Gatta 8 gennaio 1945”

Classe 5° dell’ITC Cattaneo di Castelnovo ne Monti.

“Le linee rosse”

di Federico Rampini.

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Continuando la navigazione o scorrendo la pagina accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Più informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi