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Quarto messaggio in bottiglia (per iniziare un nuovo anno di scuola).

Categories: News istituzionali

Ecco il nuovo messaggio di inizio anno scolastico rivolto agli studenti dall’Assessore alla Scuola Emanuele Ferrari

Prendersi tempo. Stare di fianco.

Quando arriva il tempo dell’estate io di solito è il momento che mi prendo del tempo. Vado letteralmente in vacanza, o almeno ci provo.

Questo andare vacanza non significa soltanto prendermi su e trasferirmi con la famiglia per un certo tempo in un altro posto, mare montagna campagna.

Significa anche questo, ma soprattutto per me significa sperimentare un certo tipo di vuoto, essere vacante, come è scritto nella parola stessa che dice vacanza, cercare in questo vuoto, in questo tempo, di ritagliare uno spazio per ri-posare, per posare di nuovo, rimettere in ordine le cose che abitano il proprio mondo e ricostruirne i legami, quelli forti, ma soprattutto quelli deboli.

Così in questo tempo vacante dell’estate succede che dedico molto tempo in più alla lettura, quella strana forma di occupazione dove uno potrebbe vedere anche un “dolce far niente”, ma che invece, vista dall’interno è una porta che si apre sul pensiero, un’esperienza che nel dipanarsi di una storia costruisce un pensiero di ciò che lega quello che sta dentro, spesso invisibile, con quello che sta fuori, spesso talmente visibile da essere percepito come accecante.

Così succede che leggendo io mi prenda di nuovo il tempo, che il tempo non sia più semplicemente un fatto cronologico, ma diventi kairos: “quel tempo in cui le cose accadono quando è giunto il loro momento”.

 

Tra questi momenti ora ne scelgo uno, quello che mi ha indicato la destinazione per ricominciare, partire di nuovo con un nuovo anno di scuola, oggi che siamo nel giusto mezzo di settembre.

Ho letto infatti un libro che si intitola Awareness. Dieci giorni con Jerzy Grotowski.

Si tratta di una specie di diario, scritto in buona parte attraverso appunti presi sul momento, dal regista Gabriele Vacis, che racconta il tempo di un seminario del maestro polacco di teatro d’avanguardia e ricerca, avvenuto a Torino nei giorni in cui infuriava la Guerra del Golfo e cadeva il regime di Saddam.

Qui, in questo luogo inatteso, l’Archivio del Teatro Stabile, succede a un certo punto che il maestro, nel mezzo di una conversazione si alza, chiede a un ragazzo di alzarsi e con lui inizia a fare una specie di esercizio: gli si mette di fianco e intona una nota, un suono, forse una possibile melodia. Poi nel tempo che passa, sempre stando a fianco del ragazzo, aspirante attore, e camminando insieme a lui, sfiorandogli solo ogni tanto le spalle, mettendogli appena una mano sul ventre, e chiedendogli di intonare il suono o la melodia, succede che il ragazzo scopre qualcosa: trova una voce che non sapeva di avere, inizia a cantare con la sua voce, che poi diventa la sua melodia, il suo modo, suggerisce il maestro, di abitare la terra, la percezione possibile ma concreta, continua Grotowski, “dell’arte come veicolo e non semplicemente come spettacolo”.

Ecco questa epifania, confermata anche dall’assoluta meraviglia dell’aspirante attore  che racconta Vacis, mi ha fatto pensare alla scuola.

A quanto la scuola ancora oggi sia molto impostata su una relazione di fronte, e quanto poco, o forse non abbastanza, si riesca a vedere, a percepire completamente, la relazione tra studente e insegnante, come una relazione di fianco.

A quanto sia necessario prendersi il tempo per questo tipo di relazione.

A quanto sia necessario imparare reciprocamente a starsi di fianco.

 

Stare di fronte infatti ci sembra la cosa più naturale del mondo, in una relazione educativa: io sto qui e parlo, tu stai lì, alla giusta distanza e ascolti. Io so e dico, tu apprendi e ogni tanto mi fai cenno di sì, ogni tanto di no. Io vado avanti oppure ricomincio.

Quello che conta qui è soprattutto capire, prendersi il sapere dalle parole, darne una rappresentazione, l’arte come spettacolo direbbe forse Grotowski.

Quello che è in gioco qui è un legame forte, la voce che trasmette il sapere somiglia molto alla parola di un dio creatore, che fa nascere il mondo. Chi ascolta riceve questo mondo, ma non è detto sia pronto ad abitarlo. Non è detto sia un mondo per lui. Che possa diventare il suo mondo.

 

Stare di fianco invece. Per stare di fianco non basta la voce. Bisogna scendere dalla cattedra e avvicinarsi, abbandonare il proprio posto nel mondo. Bisogna camminare intonando un canto, e sfiorare l’altro, mettergli una mano sul ventre per fare uscire la voce, che non è la tua, ma può essere e diventare la sua voce, il suo mondo che viene al mondo e si incontra con il tuo. Stare di fianco significa farsi veicolo e fare spazio, aprire il tempo al  punto in cui le cose accadono perché è giunto il loro momento.

Quello che è in gioco è un legame debole ma preziosissimo, tutto racchiuso nella fragilità di una voce nuova che si apre al mondo e lo cerca abitandolo, e lo abita nella sua ricerca.

 

Ecco.

Stare di fronte mi sembra stare dalla parte della Verità del Potere. Il cui scopo finale è capire tutto, o meglio il più possibile. Perché tutto sia classificabile. Collocato.

Invece.

Stare di fianco mi sembra stare dalla parte del Potere della Verità. Il cui scopo inizia come una ricerca, avventurosa e parziale, inizia appunto con un cammino accidentato, e finisce o può finire con una comprensione.

Di me in relazione con l’altro. Canto o dialogo che assume forma di abbraccio, voce ritrovata, mondo ri-creato.

 

E noi, allora, da che parte stiamo?

 

(Emanuele Ferrari, Assessore alla Scuola – Comune di Castelnovo ne’ Monti)

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